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di Emerenziano Cardasfera

Pietro Mennea: "Visto? A Barcellona ha festeggiato con il dito alzato, come facevo io...

“Visto? A Barcellona ha festeggiato con il dito alzato, come facevo io…”

 

Dire che oggi ci ha lasciato un grande Interista, non me ne vogliano i compagni di fede, mi sembra alquanto riduttivo.

Oggi se n’è andato un grande, punto e basta.

A Pietro Mennea sono legato da tantissimi ricordi della mia adolescenza. Lui era di Barletta, una terra sicuramente non vocata per l’atletica ad alti livelli, e Pietro Mennea era cresciuto atleticamente proprio li, solo grazie ad un talento naturale senza limiti.

Aveva cominciato in sordina a correre facendosi notare nei campionati Italiani, correndo in staffetta con  Guerini, Oliosi e Preattoni, dei mediocri atleti che mortificavano le sue prestazioni. Paolo Rosi, il grande cantore dell’atletica di quegli anni, si era però accorto di lui, e più di una volta aveva sostenuto (creduto inizialmente da pochi) che si trattasse di un grande talento.

Dopo gli Europei di Helsinky nel ‘71, dove fece una discreta figura, seguì un periodo di allenamenti, ma già Primo Nebiolo, storico presidente della nostra Federazione, si era detto convinto delle sue doti. Poi, una sera, durante un meeting notturno (credo all’Arena di Milano), la sua esplosione, arrivò secondo dietro al grande Borzov, distanziato di una ventina di centimetri, ma correndo in dieci secondi netti.

Le Olimpiadi di Monaco (che divennero tristemente famose per il sequestro degli atleti Israeliani ad opera di un commando di Palestinesi) erano ormai alle porte, e l’attesa era enorme. I grandi avversari erano Valery Borzov, il Sovietico di ghiaccio che si diceva fosse stato selezionato al computer, e l’Americano Black. Vinse Borzov in 19 secondi e 99 centesimi, davanti a Black, che precedette Mennea di poco. “Pietrooo!!”, gli gridava Enzo Stinchelli, che si trovava ai bordi della pista.

Ma Pietro non volle neppure parlare, lui quella corsa la voleva vincere. Seguirono anni difficili, dovuti al suo carattere introverso, che lo portava a cozzare un pò con tutti, giornalisti, tifosi e Federazione. Ci fu un quarto posto a Montreal, sempre nei 200, (vinti dal Giamaicano Quarry), e poi le Universiadi a Citta del Messico, nel 1979, in altura.

Quello fu il momento più bello della sua carriera, col record mondiale (19 secondi e 72 centesimi), destinato a resistere molti anni, e poi le Olimpiadi di Mosca, senza gli Americani, in quell’occasione forse contenti di non essere venuti. Non dimenticherò mai gli ultimi ottanta metri, quando con le sue “leve poderose” (come diceva Paolo Rosi) recuperava il distacco preso in curva (lui non era un curvista, era il suo limite) stracciava letteralmente gli avversari.

E’ stato con ogni probabilità l’ultimo grande esponente di un modo ancora umano di fare atletica, prima che il doping sconvolgesse tutto. Insieme a Sara Simeoni mi ha fatto vivere l’atletica come non è più mai più capitato.

Addio Pietro, Interista da Barletta.

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