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Sarò brevissimo per non umiliarmi rispetto a ciò che leggerete di seguito, vi dico solo che questo tesoro letterario è di una Donna Nerazzurra, moglie e madre di tifosi nerazzurri che vivono con noi Bellideroma ogni domenica le sofferenze della nostra squadra del cuore. Donna, che come tutte le compagne dei tifosi dell’Inter, vive in simbiosi con le nostre manie, con le nostre paure, le nostre irraggiungibili gioie. Donna, che con delle parole sublimi riesce a cogliere nei profili di altre donne, l’essenza dell’essere Compagne dell’Internazionale.  

Raramente nella mia vita di lettore ho avuto la sensazione di essere sopraffatto dalla bellezza di un testo e ancor più raramente è accaduto su un tema a me così caro come l’Inter.

Grazie Anna Maria

 

Compagne dell’Internazionale
Campionesse di sim-patia

Di Anna Maria Curci

Al ricordo di Angela, la più cara, la più arguta
 compagna dell’Internazionale

 

Prologo del 13 giugno 2002

Stanno scorrendo gli scandalosi quattro minuti di recupero, che – lo so – diventeranno famosi, di quella Italia – Messico ai Mondiali di calcio, di cui già vedo stamparsi agli occhi della mente in caratteri cubitali i titoloni a metà tra piagnisteo e la specialità nostrana del “mettere le mani avanti”: “L’Italia pareggia ma passa” oppure “Lo stellone nonostante tutto”, quando Francesco si alza indignato e sbotta: “Mi vergogno di questa squadra!”.

“Ma come”, replico io che in novanta più sei (45+2; 45+4) minuti ho vissuto per empatia tutto quello che deve aver passato lui ogni domenica di campionato da che ha raggiunto l’età della ragione, con l’apoteosi materializzatasi lo scorso 5 maggio con tanto di “Ei fu..”, “come”, replico, “dunque non hai assimilato la lezione del maestro Michele Serra, non sei contento che l’Italia, almeno in questo pragmatico finale di partita, assomigli alla Juventus (il gol di Del Piero è una firma in questo senso, altro che Pinturicchio, qui siamo costretti a gridare “Forza Cepu”) e non alla nobile, ma sventurata Internazionale, il cui sfiatato emblema, il Bobo Vieri oggi dalle gambe corte e in debito di ossigeno si aggira per il campo, molto meno temibile di quel fantasma che in un certo “manifesto” si aggirava per l’Europa?”.

“Ma che dici” ribatte lui, “mi vergogno e basta, non mi importa niente se passiamo!”.  Eppure è stato lì davanti allo schermo, a implorare: “Su dai, che vi costa fare un gol?”

No, no, Francesco ha scavalcato a sinistra persino il padre e cavalca, moderno Don Chisciotte, il suo Ronzinante fatto di eleganti guise nel fronteggiare sconfitte e antiche filosofie nell’incassare. Francesco è sulla nobile e malinconica linea Severgnini; suo padre Antonio, il loro amico Peppino, loro sono combattuti tra gli oramai polverosi, ma almeno un tempo raggiunti traguardi e tanti, tanti anni di sfinimento e… io, io mi sento orgogliosa di essere madre, amica, moglie, insomma… compagna dell’Internazionale.

 

Premessa del 24 giugno 2006

Siamo già a un altro mondiale, stavolta sotto il cielo teutonico e nella tempesta di calciopoli. L’Internazionale ha vinto due Coppe Italia, nulla più. O forse sì, e si tratta di qualcosa di ben più consistente. Può sembrare retorico, ma è bello poter usare l’aggettivo ‘etico’ in un ambito che sembrava averne fatto a meno. Fiumi di inchiostro sono stati scritti su presidente, su calciatori e tifosi della squadra campione di nobiltà. È giunto il momento di volgere lo sguardo alle donne che hanno scelto di condividere questo percorso accidentato  – o si sono semplicemente ritrovate a rivestire il difficile ruolo di “compagne dell’Internazionale”.

 

Carolina

Carolina vive e insegna a Taranto. Il suo sguardo dolcissimo si accompagna a una straordinaria bravura e alla ferrea determinazione con la quale persegue l’arduo obiettivo di diffondere la lingua e la cultura tedesca. Mi capita spesso di imbattermi in sue ex allieve che ne tessono le lodi con toni legittimamente epici. Ma tutte le sue imprese, pur rilevanti, impallidiscono dinanzi  all’eroismo quotidiano richiesto dal suo ruolo di madre di un ragazzo tenace tifoso dell’Inter.

Il racconto che Carolina fa di quel famoso 5 maggio meriterebbe addirittura una riscrittura per l’italico melodramma. Eccolo:

“Quella domenica mio figlio, il piccolo di casa, non stava più nella pelle. Aveva predisposto tutto per celebrare una partita che doveva segnare il suo primo trionfo di appassionato e fedele tifoso. All’epoca aveva dieci anni e, tra i riti propiziatori, il suo preferito era l’accurata predisposizione, sopra il televisore, della schiera dei peluche portafortuna: animaletti e buffi personaggi di ogni sorta. Ne possedeva in gran numero e foggia. Già ore prima li aveva sistemati accuratamente, l’uno accanto all’altro. Poi è iniziata la partita. I minuti scorrevano e, con loro, le immagini a un tempo assurde e inesorabili. Mio figlio non diceva una parola, poi si è alzato e ha cominciato, lentamente, ma senza fermarsi mai, a smantellare la fila dei suoi simboli apotropaici. Sparivano uno dopo l’altro e mi chiedevo se mai più avrebbero svolto la loro funzione augurale, manifestatasi così rovinosamente quel pomeriggio. Era la fine dell’età dell’innocenza”.

 

Fosca

Fosca è spesso con la testa tra le nuvole. Più giovane del marito, mio ex compagno di classe al liceo e interista da sempre, sembra vivere sospesa tra il mondo reale e l’isola che non c’è. Di lei ammiro incondizionatamente la capacità di reggere all’urto massiccio di una quotidianità tifosa che non conosce soste, non riesce a prendere le distanze dalla passione rigorosa e incondizionata e tende pertanto a un fagocitante incupimento. Qualche anno fa, Fosca ha saputo trasformare in vivace materia narrativa la sua situazione di silente e talvolta attonita “compagna dell’Internazionale”. Ha scritto e pubblicato un racconto nel quale un originale e imprevedibile io narrante, da una postazione privilegiata di osservatore, segue le vicende del nostro noto eroe interista.

La sua serenità ha cominciato tuttavia a vacillare da quando è diventata madre di uno splendido bambino. Il timore che i geni paterni, o meglio, che l’accanita interitudine del padre possa trasmettersi al figlio non le dà tregua.

Perché volersi sottrarre all’ananke? Non lo so, ma anche questa impresa, ancorché inane, ha tratti decisamente epici. Il tempo deciderà, ma i primi segnali sono inequivocabili. Non si sfugge al destino. Unica, ma decisiva novità: la tempra del rampollo è tale da far prevedere una nuova generazione di interisti, meno malinconicamente nobile forse, ma sicuramente più scanzonata e con una allegra tendenza al caos. Preludio all’era dell’interista dionisiaco?

 

Loretta

Loretta ha il fascino austero e misterioso della cultura della sua originaria Tuscia. Mi piace immaginarla come una donna etrusca, forte e consapevole di una eredità trasmessa da millenni. Come una donna etrusca – almeno nel mio immaginario – Loretta manifesta in tutte le sue espressioni una passionalità misurata e salda. Si badi bene: se non la vedremo mai gesticolare, se non la sentiremo mai alzare la voce, questo non è frutto di tempra flemmatica o di indifferenza, ma di una saggezza sedimentata nel corso del tempo. Loretta è una compagna dell’Internazionale nel senso più rigoroso del termine, è una pasionaria di questa squadra per i cui colori ha scelto di tenere  diversi anni fa, in tempi forse più felici, ma in un luogo, la capitale, nel quale l’interitudine dà sempre nell’occhio, raramente con effetti ‘socializzanti’. Nella sua famiglia è la sola a coltivare questo quieto ma fedelissimo amore, ma ciò non rappresenta un problema per lei.  È confortante, in un paese nel quale lo sfogo del cuore è obbligatoriamente strombazzato, l’espressione spontanea chiassosa e l’interazione  urlata,  sapere che esistono altri modi per dare voce e visibilità non solo a sollecitudini, preoccupazioni, ma anche a legami profondi. Chissà se un giorno assisteremo assieme a una partita della Beneamata a San Siro. Per me sarà come trascorrere ancora una vacanza insieme, cantare a squarciagola a un concerto di Elio e le Storie Tese o gustare un film del nostro regista preferito. Il lato femminile dell’attaccamento all’Internazionale è ancora in gran parte da scoprire.

 

Marilena

L’apparenza non inganni: sotto i tailleur da impeccabile sciura della buona società dell’hinterland milanese si nasconde una delle più toste compagne dell’Internazionale. Marilena ha una soave determinazione; la sua saggia fermezza si esprime con toni sempre pacati, con irresistibile garbo. Con lei condivido più di un lato della mia esistenza professionale, ma la nostra “corrispondenza d’amorosi sensi” non è foscolianamente celeste, bensì nerazzurra. Quante conversazioni al telefono svolte con complicità quasi carbonara, sussurrando, tra una disquisizione e l’altra sulle politiche linguistiche europee: “Che cosa sta facendo l’Inter?”! Sappiamo, Marilena, Fosca e io, che dal risultato di una partita può dipendere uno scorcio di felicità coniugale, o quantomeno una tregua, una pausa di serenità, una sospensione del giudizio (universale?). L’interitudine del marito di Marilena, efficientissimo dirigente,  è sanguigna quanto potrebbe esserlo quella di un tifoso isolano che affonda le sue origini in una civiltà dai tratti arcaici.  Sì, perché esistono, è acclarato, diversi modi di vivere questa passione esclusiva. C’è l’interista filosofo, l’intellettuale, il finto distaccato, l’umorista, il cupo, il crepuscolare e il sanguigno. Ma dietro le multiformi varietà di interitudine si nasconde un solo spleen, ed è con quello che devono convivere le compagne dell’Internazionale.

 

Sabrina

Come Audrey Hepburn nell’indimenticabile film, così la voleva chiamare sua mamma. Per inspiegabile, ma rigorosa, corrispondenza ai dettami materni, Sabrina, nata a dieci anni dall’uscita del film,  è esile, con grandi occhi neri molto espressivi  e… scattante  come una molla. Sovente  la definizione che più le si attaglierebbe è  piuttosto la logora ma calzante “un fascio di nervi”. Sabrina ha un cuore grande, non conosce moderazione nella generosità,  così come nelle tempeste d’ira. La sua affezione per l’Internazionale fa parte del suo DNA, è un’eredità paterna divenuta oramai tutt’uno con la sua natura singolarmente impetuosa. È una forma di amore, quella di Sabrina, che non distingue tra tifo e affetti familiari, tra passione calcistica e attaccamento alle radici.  Il suo essere compagna dell’Internazionale non può prescindere dalla sua identità di figlia e sorella di interisti doc. Sospetto, tuttavia, che ci sia ancora un elemento di non trascurabile importanza tra i colori nerazzurri di Sabrina: la sua predilezione per la Beneamata è anche una forma di affermazione di testarda, ma fiera diversità, la stessa che le fa prediligere la new wave degli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta ai cantanti dai mille successi, uno stile nel truccarsi e nell’abbigliarsi tutto suo, sobrio ed eternamente elegante, proprio come quello di Audrey.

Sarah

Sarah è berlinese fino al midollo. È originaria della Repubblica Democratica Tedesca. La sua storia giovanile ricorda le vicende de Il cielo diviso di Christa Wolf, ma da qualche tempo lei sembra piuttosto un personaggio appena uscito dalla pellicola Good bye Lenin. Dal suo amatissimo Tucholsky (è una passione che condividiamo), Sarah ha senz’altro ereditato lo spirito mordace e la battuta al fulmicotone. Sarà difficile trovare un’altra persona che coniuga perfettamente come lei uno stile di vita fricchettone spinto sovente al farsesco e un’indole raffinata che può essere facilmente presa per snobismo. Riesce a essere esasperante come il criticone de Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, ragion per cui la apostrofo spesso, benché affettuosamente, con il termine Nörglerin, brontolona. Le vittime dei suoi strali – preferibilmente gli approssimativi italici e, in alternativa, i bavaresi dall’idioma che a suo parere non può essere definito tedesco – ben conoscono la sua vis polemica inarrestabile, che detestano cordialmente. Eppure, Sarah è una compagna dell’Internazionale nel senso che ho voluto dare al filo conduttore di questa galleria di ritratti, oltre che, come è facile immaginare,  nel senso storico del termine. Non ha alcun interesse per il calcio, il cui mondo – è quasi superfluo dirlo – disdegna con superiorità imperiale – nelle vene di Sarah scorre con tutta probabilità sangue Hohenzollern. C’è tuttavia un dettaglio imprevisto. Il figlio di Sarah, uno di quei ragazzi bravissimi che ti aspetti dicano da un momento all’altro: “Mamma, ma quando ti deciderai a crescere?”, un modello di saggezza e maturità, l’orgoglio di qualsiasi genitrice, ebbene, il figlio di Sarah è interista. Posso affermare con fierezza di essere stata testimone di un episodio rivelatore riguardo alla natura di compagna dell’Internazionale di Sarah, oltre che della sua sconfinata sollecitudine materna. Qualche anno fa accompagnavamo una classe in visita d’istruzione a Berlino. La tappa all’aeroporto appena inaugurato di Malpensa si trasforma in un’attesa di ore e lì ho una visione. Come un angelo di Wim Wenders, in completo immacolato, scorgo seduto in attesa come noi Hans “Hansi” Müller. La visione celestiale mette in moto, oltre a una sincera e spontanea ammirazione estetica, il mio istinto materno e corro da lui a chiedergli un autografo per mio figlio. Conversiamo amabilmente in tedesco e in italiano – Müller non sarà stato un gran giocatore, ma è uno straordinario poliglotta. Sarah è incuriosita e combattuta. Non sa chi sia il bel signore elegante con il quale sto parlando. Quando ritorno a sedermi accanto a lei, si informa, mi rivolge domande sempre più insistenti. Le faccio un breve resoconto della carriera interista del nostro eroe, le mostro soddisfatta l’autografo, sventolandolo come un trofeo e mi offro, ostentando baldanzosa generosità, di chiedere all’angelo un autografo anche per suo figlio. La scena che segue è degna di passare alla storia. Sarah si alza senza dirmi una parola, percorre la breve distanza che ci separa dal monumento vivente e rivolge, con tono insieme regale e deferente, la sua richiesta di autografo per il figlio allo squisito e stupito Hansi, che subito la accontenta. Non dimenticherò mai quel pomeriggio alla Malpensa e spesso mi chiedo se Hansi si sia reso conto che, oltre a due compagne dell’Internazionale, in quella occasione furono anche diversi giovani tifosi e tifose di squadre romane, i nostri studenti e le nostre studentesse, a  essere conquistati dal suo garbo e dalla sua indiscutibile classe.

 

Serena

A questo punto è lecito chiedersi: ma allora non esistono giovani e giovanissime compagne dell’Internazionale? Serena è la prova che ci sono, eccome. Quindicenne, mi assomiglia nell’aspetto molto più di quanto non mi assomigli mia figlia: piccola e tondetta, con una massa di capelli scuri ricci e grandi occhi azzurri, Serena è allegra, generosa, estroversa. Quest’anno la sua classe ha partecipato a un progetto, destinato a studenti di tedesco in tutto il mondo e, in particolare, in Europa. Si trattava di accogliere la mascotte dei mondiali di calcio per alcuni giorni, farle conoscere la città e scrivere un resoconto in forma di giornale elettronico… ovviamente in tedesco! Serena ha partecipato, come sempre, con entusiasmo contagioso anche a questo ennesimo progetto, uno di una serie pressoché interminabile nei quali sono solita trascinare i miei studenti. Solo in un momento ho visto un’ombra di tristezza percorrere fugacemente il suo volto. È stato quando i suoi compagni di classe hanno cominciato a farsi fotografare con la mascotte bardata a turno della sciarpa con i colori delle due squadre della prima serie della capitale. Le ho chiesto la ragione della sua malinconia e Serena non ha avuto esitazioni a rivelarla. Come unica, ma tenace interista della classe, non aveva avuto la possibilità di farsi immortalare con la mascotte vestita dei colori nerazzurri. La sua consapevole fierezza nella diversità mi ha fatto commuovere e riflettere. Che le compagne dell’Internazionale di tutte le generazioni abbiano davvero una marcia in più?

 

Valentina

Confesso la mia incredulità ancora mentre scrivo: la mia secondogenita è da poco, ma al di là di ogni ombra di dubbio, compagna dell’Internazionale. Nel descriverla vorrei tanto avere la sublime ironia di Reiner Kunze, che, nell’insuperabile Quindici, dedica alla figlia un ritratto nel quale si fondono amore e sguardo critico, conflitto generazionale e, sì, anche un po’ di invidia per il coraggio di vivere fino in fondo le ardite esagerazioni dell’adolescenza. Che poi la sua Difesa – di una metafora impossibile,  con tutti Gli anni meravigliosi della raccolta, sia costata cara a Kunze, questa, per dirla con le parole di un mio coetaneo più famoso, è un’altra storia. Sono tempi bizzarri, questi, nei quali l’astuzia della ragione deve insinuarsi tra le pieghe di un discorso futbolista per toccare un punto dolente politico.

Anche Valentina ha quindici anni, ma ora, nel terzo millennio, non negli anni Settanta, quando quindici anni li avevo io,  ribelle e contestatrice nei maglioni sottratti al cassetto di papà. La sua inseparabile appendice non è, come per Marcela quindicenne nel ritratto di Kunze, una sciarpa rigorosamente confezionata con autocratico lavoro a maglia, bensì lo sguardo che incenerisce, eternamente in bilico tra il monito, il biasimo e l’imperiosa affermazione di superiorità. Questo sguardo, che a me valeva, ai tempi del liceo, l’agrodolce nomignolo di “sei” (alias: aria di sufficienza) è la prova inconfutabile della ripetizione della specie, una norma alla quale Valentina sembra credere fermamente, quando sentenzia, con aria un po’ altezzosamente distante, un po’ coraggiosamente rassegnata: “Per ora sono così e me la godo… tanto tra pochi anni sarò esattamente come te”.

Altro Leitmotiv dell’inesorabile ripetizione della specie è, appunto, il suo essere divenuta, in virtù del suo primo amore, compagna dell’Internazionale.

Quando ce ne ha parlato per la prima volta – il nostro rapporto si può definire “conflittuale, ma aperto” – , ha presentato la fede calcistica e le simpatie ideologiche del suo ragazzo come sicure credenziali, semplicemente così, come una volta si ostentavano il lavoro fisso e il conto in banca, garanzia di un futuro mutuo per la casa di proprietà, del fidanzato.

Era sicura di cogliere nel segno: il padre, compiaciuto, ha messo la sordina alla sua naturale gelosia, il fratello, nonostante il suo dissacrante senso dell’umorismo, aveva gli occhi che gli ridevano, mentre li alzava il cielo in segno di finta muta disapprovazione. Quanto a me, oltre agli occhi e alla bocca, rideva anche il cuore.

 

 

Anna Maria Curci, di natali romani e ascendenze apulolucane, si è autoeletta capofila delle compagne dell’Internazionale in Italia. L’interitudine è a suo dire una categoria dello spirito che unisce in un afflato irresistibilmente tragicomico sostenitori e sostenitrici in prima persona della Beneamata ai loro cari, impegnati in una continua opera di sostegno. Di Paolo Rossi, il cui celebre monologo su Evaristo Beccalossi ha costituito per lei un’autentica epifania, ha gli occhi azzurri e la statura: quanto alle doti umoristiche, la via dell’emulazione richiede un esercizio un po’ più lungo… Di Anna Maria potete leggere altre meravigliose poesie parole e pensieri sul suo sito

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