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Negli ultimi giorni in attesa di rivedere in campo i nostri ragazzi, sinceramente un po’ nauseato di certi atteggiamenti in partita, mi sono divertito a sistemare i miei archivi digitali e ho ritrovato questo racconto di gioventù che scrissi qualche tempo fa.

Era l’estate del 1990 il mondiale di Italia 90 era appena finito e la delusione della sconfitta con l’Argentina mi aveva fatto decidere quasi per dispetto di fare una vacanza in Brasiile. La prima tappa fu Rio de Janeiro e camminando senza meta mi ritrovai in un barrio chiamato Vila Valqueire. Incontrai dei ragazzi con un pallone sotto il braccio vedendomi non del posto mi chiesero se volevo giocare con loro, quasi a testare le capacità dello straniero.

Io accettai immediatamente, il mondiale era ancora caldo nella mia testa e mi ero messo in testa di vendicarmi da solo anche del Brasile esattamente 20 anni dopo quel 4 a 1 che fermò il sogno dell’Italia più bella di tutti i tempi. Una partita che giocammo allo stadio Atzeca con il cuore e contro forse la squadra più forte di tutti i tempi resistendo stoicamente fino a quel maledetto gol di Jairzinho che uccise il nostro sogno. Fu paradossale che quel gol, realizzato dal giocatore che ne aveva fatti tra i più belli della storia del calcio, fu forse il suo più brutto in assoluto, ma lo strano destino di quella partita volle così, maledetto Jairzinho!

Ma questa storia non parla di quella partita che giocai in Brasile con i ragazzi del Barrio, questa storia parla della partita che tutti insieme andammo a vedere subito dopo, sempre nel barrio: Valquerie contro São Cristóvão.

La partita doveva essere importante forse decisiva per il campionato dei giovanissimi perché il piccolo stadio era tutto gremito. Mi siedo e inizia a diluviare! In dieci minuti scende tutta l’acqua del cielo, ma la piccola torcida canta lo stesso canzoni e cori per un ragazzino che mi dicono sia fortissimo. Io mi guardo intorno affascinato dalla gioia con cui si vede la partita e noto vicino a me un signore strano che mi ricorda qualcuno. Non riesco ad identificarlo ma ha un blocchetto in mano e vedo che segna qualcosa. Mi sembra strano vedere qualcuno in quel contesto e sotto l’ombrello con un’aria così professionale e non giocosa, così sbircio su quel notes e leggo: 9 De Lima. Lui notando il mio sguardo chiude subito il libretto e mi guarda male, poi si avvicina e mi dice con tono severo nell’accento tipico portoghese: Tu sei italiano! Che ci fai qui! Io rimango sorpreso, come ha fatto a capire che ero italiano?, ma rispondo sinceramente e gli dico che mi sono perso nel barrio. A quel punto lui mi fa un sorriso si rasserena e mi dice, amigu meo preparati a vedere O fenomeno. Io non capisco un granché con i tamburi che rullano ininterrottamente, ma capisco che qualcosa di eccezionale sta avvenendo. Solo una cosa proprio non riesco a mettere a fuoco, quella faccia io la conosco e lui mi guarda con aria divertita quasi di superiorità e a me questa cosa proprio non va giù.

 

 

Quando entrano in campo i ragazzi il campo è ormai una mezza palude, il terreno durissimo si è trasformato in una sorta di pongo fangoso con pozzanghere sparse qui e li, ma quel dettaglio non fa cambiare idea al pubblico che esplode lo stesso ad applaudire quel ragazzino dal capoccione grosso e dal fisico possente, almeno rispetto agli altri magrolini della squadra. Lo strano signore mi da di gomito e mi dice quello è o fenomeno, ora guarda e vedrai.

 

La partita inizia e alla prima palla presa il capoccione, parte a razzo, non c’è pozzanghera che lo rallenta o buche del terreno che lo infastidiscono, il mediano del Cristóvão prova a falciarlo ma lui lo salta come un ostacolo di atletica, prima una gamba poi subito l’altra. La cosa strana rispetto alla meccanica della corsa del ragazzo è che non perde velocità nel saltare l’avversario anzi riesce ad accelerare ancora, passando in velocità in mezzo ai due centrali che cercano inutilmente di bloccarlo fisicamente. Quell’ultima accelerazione in quel campo impossibile fa scattare in piedi tutto il piccolo stadio che ha già le braccia alzate, pregustando il finale. Io impietrito di fronte a quello spettacolo di tecnica velocità e forza fisica rimango a bocca aperta e quando il portiere nell’ultimo tentativo disperato di fermarlo si butta in avanti, lui con un movimento del bacino, come in un samba impazzito, lo sbilancia facendolo tuffare a sinistra mentre con il pallone tra i piedi se ne va alla sua destra solitario. Solo allora il ragazzino decide di rallentare quella folle corsa appoggiando delicatamente in rete il pallone e allargando le braccia in segno di esultanza. Boato! L’azione dopo fu una replica della prima e quelle dopo ancora altre sublimi repliche delle precedenti. Ogni gol una festa e più si va avanti più il pubblico è ubriaco di gioia. Solo verso la fine del primo tempo quel ragazzino dal sorriso grandissimo, decide di giocare con i suoi avversari, come a sfidarli nel dargli un’occasione di rubargli il pallone e invece che puntare la porta punta il calcio d’angolo, nell’unico punto dove l’acqua non aveva fatto danni. In un secondo, terzino, ala e centrale della squadra avversaria gli sono addosso togliendogli ogni spazio vitale per uscire palla al piede da quell’angolo di campo. Come in un gioco di magia O Fenomeno comincia ad utilizzare anche la suola della scarpa facendosi passare il pallone dietro le gambe per poi con il tacco riportarlo avanti e improvvisamente bloccarlo e riportarlo di nuovo indietro sbilanciando prima l’ala e poi il terzino che all’unisono finiscono a gambe levate, infine riaccelerando verso la porta facendo passare il pallone, come incollato con un elastico alla punta del piede, prima sull’esterno sinistro e poi sul destro… Quando esce da quell’angolo palla al piede, tutto il piccolo stadio ha, chi le mani sulla faccia, chi in testa, chi sulla fronte, chi sulla bocca, quasi a non credere al miracolo che ha appena assistito!

Il signore vicino a me si alza mi guarda e dice  Bene, per me basta così. Io lo guardo ancora esterrefatto da quello che ho visto e dico Ma dove vai non guardi il secondo tempo? ci sarà da divertirsi. Lui con un ghigno mefistofelico mi fa Io lavoro per la Seleção e sono sicuro che noi con questo ragazzo, ci divertiremo parecchio! voi italiani invece vi divertirete un po’ meno.

Che dio te furmini” penso, facendo tutti gli scongiuri del caso, ma non gliela voglio comunque dare vinta e allora gli dico “se diventerà così forte il ragazzino allora puoi stare sicuro che verrà a giocare in Italia e vedrai che farà divertire anche noi” Tiè brutta faccia, così ti impari. Lui si rabbuia e mentre il ragazzino volando ancora sul campo segna l’ennesimo gol decidiamo comunque di salutarci amichevolmente: è stato un piacere (mentendo spudoratamente) e se mai venissi a Roma chiedi del Maestro una birra te la offro di sicuro.
– Grazie amigu, tu invece quando torni in Italia dì ai tuoi amici, che nello stesso giorno hai conosciuto “O fenomeno” e Jair Ventura Filho.
– 
in arte? faccio io cercando di essere spiritoso, senza sapere il meraviglioso assist fornito.
– In arte, Jairzinho!

Raggelai mentre lo guardavo allontanarsi con quel ghigno maledetto, il ghigno di chi ti aveva appena dato il colpo mortale, era proprio lui il maledetto Jairzinho!

Ronaldo mostra il cartellino di giocatore del Cruzeiro

A sedici anni, dopo aver fatto cinque gol in quella partita, il São Cristóvão pensò bene di acquistare il cartellino del giovane Luis Nazario De Lima, in arte Ronaldo, che in pochissimi anni crebbe con il suo mito, con la sua corsa, con la sua gioia di giocare a pallone. Arrivò ancora bimbo in nazionale, grazie a Jairzinho che lo scoprì quel giorno,  così bimbo che divenne campione del mondo negli USA senza neanche giocare un minuto, fino poi a vincere tutto quello che un giocatore individualmente poteva vincere sulla terra.

Alcuni anni dopo quando arrivò all’Inter, ridandoci la gioia di andare allo stadio e soprattutto ridandoci l’orgoglio di essere interisti, in un periodo dove chi vinceva lo faceva da cosca mafiosa, decisi di volerlo rivedere dal vivo e scelsi forse il posto più folle per andare a vederlo, lo stadio della Dinamo a Mosca nella partita di ritorno delle semifinali di Coppa Uefa. Erano un po’ di anni che non andavo più allo stadio, oltre alla beffa di veder perdere ogni anno l’occasione di potercela giocare in campionato eravamo anche costretti a subire le prese in giro dei milanisti e dei maledetti gobbi che con le loro squadre più scarse delle nostre riuscivano lo stesso a vincere. Non c’era bisogno dii essere dei complottisti, per capire che c’era qualcosa di marcio in quei campionati e le uniche soddisfazioni che ci potevamo togliere erano in Europa. Ma O fenomeno era comunque oltre il calcio, era oltre il marcio, era qualcosa che da solo rappresentava l’essenza stessa del calcio, in pratica era una finestra in cui potevi affacciarti per vedere come fosse fatto il paradiso. Fui un pazzo ad andare in Russia con quella neve, quella partita non si sarebbe mai dovuta giocare. I russi pensando di metterci in difficoltà avevano pulito il campo solo pochi minuti prima da uno strato altissimo di neve e quello che uscì dalla pulizia non fu un campo di calcio ma un terreno di pongo fangoso…

Sono seduto in tribuna la temperatura è al limite basso dei termometri russi –20 forse -30, sugli spalti il freddo mi entra nell’anima, sono coperto con almeno sei strati di vestiti ma non c’è pelliccia che mi possa scaldare. Neanche bere un litro di Vodka avrebbe potuto scaldarmi e la partita per intensità non è certo una stufa a carbone… Quando i giocatori entrano in campo Ronnie ha una strana fascia in testa come altri della squadra ma come immaginavo dura poco un paio di dribling la lancia via. Noi stiamo giocando bene e l’inter in campionato viene da una vittoria contro la Roma, (ancora ho dei piccoli sussulti di godimento…) costruita con una doppietta in mezz’ora da Ronnie e all’andata contro lo Spartak il 2-1 ci mette in una condizione di relativa tranquillità. Tranquillità che però sparisce quando il centrocampista Tichonov (che non è il matematico della Regolarizzazione, anche se il suo gol permetterebbe allo Spartak di andare in finale) prima salta uno Zanetti molliccio nel contrasto e poi piega con un destro potentissimo forse anche deviato da Simeone le mani ghiacciate di Pagliuca. Ronaldo fino a quel momento impacciato per quel campo e quel freddo capisce che è giunto il momento di prendere in mano la situazione, anche perché Simeone e Cauet cominciano a picchiare come fabbri per far calmare i russi impazziti rischiando più di una volta l’espulsione. Giusto il tempo di ributtarsi in avanti e Ronnie su rimpallo in area riesce a pareggiare, ma succede qualcosa di strano più si va avanti più quel campo fangoso mi ricorda quel campo di Vila Valqueire perché a un certo punto O Fenomeno lo vedo che non corre più come gli altri giocatori in campo ma comincia letteralmente a volare…

È il secondo tempo, la partita è bloccata sull’1-1, con un gol dello Spartak si va ai supplementari oltre che tutti all’inferno per il freddo che fa, con un gol nostro si va tutti ad ubriacarci. Ma Ronnie ha deciso che è ora di finirla, corre incontro a Sartor che batte un fallo laterale a metà campo, il centrale difensivo cerca di anticiparlo nel controllo ma invece di respingere gli stoppa il pallone che cade tra le gambe del brasiliano che in un lampo è già girato e lanciato verso la porta avversaria. È in quel momento che il pongo fangoso sotto le gambe diventa morbida moquette e rivedo il bambino di quattordici anni che vola sul campo, un controllo, un secondo la palla saltella irregolare ma è incollata ai piedi di Ronnie, il centrocampista dello Spartak cerca di interrompere quella corsa sublime lanciandosi contro come un cane rabbioso a tutta velocità. Ronnie lo vede, lo aspetta, lo fa avvicinare e nel momento del contatto con una velocità al di fuori dell’umano tocca con l’esterno il pallone verso Ivan Zamorano che a sua volta lo aspetta al limite dell’area. Il difensore non vede più il pallone e si scontra contro le gambe marmoree di Ronnie che invece di rallentare aumentano la frequenza come se il fango fosse un acceleratore invece di un elemento ostativo alla sua folle corsa. Ivan controlla il pallone si ferma in un istante che nella sua mente e di chi lo guarda deve essere sembrato una eternità, ma quell’eternità era la perfezione assoluta del tempo necessario a far passare il pallone esattamente tra le gambe dei due giocatori che si frapponevano tra lui e Ronnie. In quell’esatto istante Ronaldo fa qualcosa con il piede che forse Dio è riuscito a fare, creando l’essere umano, ossia ricevere quel pallone e nello stesso istante lanciarsi con un unico tocco in avanti facendolo passare in uno spazio fisico che non esiste. Avete presente quel teorema che se pieghi un foglio in due e fai un buco puoi far passare qualcuno nello spazio tempo? Ecco Ronaldo ha fatto quella cosa lì, perché oltre quel pallone, in quello spazio fisico che non esisteva è passato anche lui, scomparendo prima dei difensori in quel buco nel foglio di carta  e ricomparendo improvvisamente oltre di loro. La mia estasi era in quel momento più vicina ad una esperienza onirica che a qualcosa di tangibile e reale e la finta sul portiere in uscita che avevo visto ben cinque volte in quella partita da bambino furono solo il the end del gesto sportivo più incredibile che avessi mai visto in vita mia.

Subito dopo il gol mi alzai non sentivo più le gambe e non mi interessava continuare a vedere la partita, mi girai e me ne andai, ero felice lo avevo visto ancora una volta fare qualcosa di sovrumano…e glielo avevo visto fare con i nostri colori in Europa, gli unici colori con cui fece vedere queste cose da extraterrestre all’umanità.

La sua storia, la storia del Fenomeno continuò per altri anni, la mia finisce quel maledetto pomeriggio del 5 maggio del 2002, il resto non mi interessa, e anche se ha vinto ancora tantissimo, non è importante.

In un mondo dove si pensava di aver visto già tutto con mostri sacri come Meazza Di Stefano Pelè Maradona, o geni come Garrincha Sivori, Best, Cantona Cruiff, un giorno un ragazzino dai denti enormi iniziò e finì una nuova storia del calcio, la più incredibile. Storia ed emozioni trasmesse ai tifosi sugli spalti che oggi non sono ancora state riscritta in modo più bello, né da Messi, né da Neymar, tantomeno dall’omonimo Ronaldo portoghese.

La Storia di O Fenomeno il più grande calciatore di sempre, che non riuscì mai a diventare il più grande calciatore di sempre.

Luis Nazario De Lima in arte Ronaldo

 

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